A Piazza Sant'Anna Teramo ricorda com'era: alle 21 il docu-film girato dagli studenti

TERAMO – E’ la location più adatta, piazza Sant’Anna, per ricordare. Vivere assieme quel particolare volo all’indietro, nella memoria che è di tutti, che alcui rispolverano con dettagli, aneddoti, episodi di vita vissuta. Raccontano una cara Teramo che non c’è più e il momento scelto da Cineforum Teramo per presentare il film-documentario interamente girato dai ragazzi, "Io sono stato qui", coincide precisamente con un passaggio della storia cittadina in cui il tornare a pensare al passato, ci rende tesori di esperienza da cui ripartire. L’appuntamento è per stasera, alle 21, in piazza Sant’Anna, fulcro di quella teramanità di cui ogni angolo della città respira.
Con "Io sono stato qui", sostenuta dalla Fondazione Tercas, gli studenti dell’Istituto comprensivo Savini-San Giuseppe-San Giorgio e del Liceo Scientifico Delfico (47 vi hanno paertecipato) hanno ricostruito la memoria dei luoghi attraverso i racconti e gli spezzoni di vita dei suoi abitanti. Teramo, con le sue storie individuali inestricabilmente legate alla storia collettiva e alle trasformazioni profonde subìte negli anni, stasera si guarda allo specchio.

Il film raccoglie un centinaio di testimonianze e ricordi di teramani, intervistati con telecamere e cellulari, nell’ambito del laboratorio audiovisivo “Guida turistica della città di Teramo – raccontata dai suoi abitanti” (con la collaborazione dei docenti Ilde Palmarini, Annamaria Di Francesco per la Savini e Donato Di Pasquale per il progetto di Alternanza Scuola-Lavoro del Liceo). Ne emerge in 53 minuti una peculiare cartografia della memoria: non storica ma prevalentemente emotiva, che si snoda attraverso un racconto in soggettiva, intimo e personale; l’esatto contrario insomma di un’asettica guida turistica. Le vie, le piazze, gli spazi cittadini, i luoghi storici di Teramo rivivono attraverso i racconti di donne e uomini comuni, personaggi locali noti e meno noti, parenti e semplici sconosciuti fermati per strada.

C’è don Aldino Tomassetti, il parroco del Duomo, che racconta la distruzione dell’Arco di Monsignore; c’è l’ex docente universitaria, Maria Gabriella Esposito, che testimonia l’importanza del ricreatorio Gemma Marconi, dove si sono formate centinaia di sarte e ricamatrici; c’è l’artista Sandro Melarangelo che ripercorre gli anni d’infanzia sotto gli storici portici di “Fumo”; c’è il pediatra Giancarlo Lanciaprima che ricorda la rocambolesca fuga del padre dalla fucilazione nazista a Bosco Martese grazie alle sue eccezionali doti di velocista; c’è Arnaldo il pensionato che ripercorre gli anni degli stenti e i morsi della fame, a tratti alleviati dai pasti dell’ECA, l’Ente comunale di assistenza in piazza Verdi… Tante storie nella città che diventa il set di un film in cui scorrono i film delle vite dei suoi abitanti: un interessante esperimento audiovisivo-sociologico che, con l’obiettivo di costruire un archivio della memoria orale ad uso delle nuove generazioni, sconfina nel metacinema. 

“Io sono stato qui” è un racconto fatto di tante storie raccolte in 15 ore di materiale filmato e ambientate in luoghi spesso scomparsi eppure vivissimi nel ricordo di chi li ha vissuti – come la Fontana delle Piccine, il Ponte degli impiccati, Palazzo Melatini, la Casa Francese, via delle Cererie, il vecchio cimitero e tanti altri -, storie tristi e gioiose, strane, commoventi, a tratti struggenti, ma mai scontate o banali. Il sotteso del neorealismo è infatti che “il banale non esiste” – citando Cesare Zavattini – perché dietro ogni storia si affaccia la Storia e il quotidiano, quando si afferra la sua portata universale, diventa poesia, proprio come la filastrocca cantata dall’artigiano Franco Di Pietrantonio nel film.

Una città invisibile prende forma nel corso della proiezione – spiega il regista Marco Chiarini – e dialoga con quella che percorriamo tutti i giorni, la memoria collettiva e quella del cuore si intrecciano e ci restituiscono uno spazio nuovo, che si presta ad un’opera di rigenerazione e di ricostruzione, fisica e immateriale”. 
Alla proiezione in piazza Sant’Anna – annuncia l’esperto di didattica audiovisiva, Dimitri Bosi – abbiamo pensato di associare un happening fotografico, invitando i cittadini a portare con sé una foto personale della Teramo del passato e a commentarla sul palco, insieme a tutti i presenti. Sarà l’occasione per rendere ancora più tangibile ed estesa la ricostruzione di un archivio della memoria orale cittadina”.

LE STORIE

IOSONOSTATOQUI#1 Franco il falegname racconta quando mangiava a pranzo alla mensa del doposcuola, “la refezione”, dove c’era la corale Giuseppe Verdi. “Siamo cresciuti a pane e riso – dice con nostalgia – siamo cresciuti bene”.  Nel video, in cui è stato intercettato al volo dagli studenti mentre esce dal laboratorio, tiene in mano una “cremonese”, la maniglia che si monta nelle finestre. Franco intona un’antica filastrocca legata alla sua infanzia “Pereppèppappà…” che dà il titolo alle locandine della proiezione. “Mi fai diventare sempre più vecchio – scherza Franco ai microfoni del giovane intervistatore – perché mi fai ricordare i tempi più brutti quando noi ci vergognavamo a girare con i pantaloni strappati, mica come oggi”.  

IOSONOSTATOQUI#2 L’ex docente universitaria di Filosofia del Diritto, Maria Gabriella Esposito, racconta i tempi in cui in via Cameli era aperto il ricreatorio “Gemma Marconi”, in un edificio oggi inagibile per il terremoto e centro di un’artigianalità artistica all’epoca di grande rilievo. Qui dagli anni ’20 si formarono centinaia di ragazze ai mestieri di sarte, magliaie e ricamatrici: un’intera classe di operose artigiane che ha fatto da volano all’economia teramana. Da qui il monito della professoressa agli studenti: “Sappiate, ragazzi, che la cultura è uno strumento importante per governare gli eventi”. 
 
IOSONOSTATOQUI#3 Il pediatra Giancarlo Lanciaprima ricorda la storia di suo padre, partigiano e campione regionale di gare di velocità, che fu preso dai soldati tedeschi nei pressi del Mulino De Jacobis con altri sette compagni e portato a Bosco Martese per essere fucilato. I giovani partigiani, irrisi come “traditori della patria”, vennero messi di spalle sul ciglio della strada davanti a una scarpata e, all’ordine di “mirate” del plotone di esecuzione, l’uomo si lanciò nella scarpata iniziando la rocambolesca fuga che gli salvò la vita.